Anche le anime sono “separate” - In Sud Africa con Doyle

Vai ai contenuti

Anche le anime sono “separate”
______________________________________
E' questo il più grave fra i problemi razziali, il mondo intero lo osserva – Johannesburg è costituita da due città: è vietato ai negri mescolarsi ai bianchi, ma è anche impossibile a un bianco entrare in un bar per negri – gli afrikaans hanno fatto uno sforzo a favore dei coloureds che potrebbe apparire quasi imponente: abitazioni, medicine, ambulatori – Ma è uno sforzo soprattutto suggerito dalla necessità e dalla convenienza – Questi “boeri” d'oggi sono intransigenti e duri; sempre la “separazione” si manifesta e perentoria si impone
______________________________________
(Dal nostro inviato speciale)
           come Johannesburg recentemente festeggiò il suo settantesimo compleanno, pure di recente si celebrò il terzo centenario dello sbarco del chirurgo Jan Van Riebeeck, della Compagnia Olandese per le Indie Orientali, che all'estrema punta dell'Africa aveva voluto avere, nel 1652, una base di rifornimento lungo le sue rotte. Il Riebeeck fu il pioniere dei pionieri. Invece di limitarsi al compito che la Compagnia gli aveva assegnato, subito pensò a una colonia di bianchi in terre che gli apparivano particolarmente propizie, anche se infestate da una feroce fauna. Non fu poi certo questa, a costituire un ostacolo. Lo furono i negri, per lo più Ottentotti: e anche codesto ostacolo fu superato. Ma in seguito, risalendo i Boeri verso il nord, in parte per colonizzare zone più vaste, in parte perché vi furono costretti dagli inglesi, si trovarono di fronte i Bantù, che invece, dal nord, erano discesi.
           Non vi furono veri e propri conflitti, o addirittura stermini di nativi, come nella Nuova Zelanda o in America. I Boeri erano profondamente religiosi, ogni creatura era una creatura di Dio: ma avevano un grande bisogno di mano d'opera, già ne avevano importata dall'Asia e dalle isole della Sonda. Anche il negro aveva un'anima, ma il negro doveva servire. Al conflitto aperto si sostituiva quindi un regime di convenienza, e se questa voleva talvolta essere illuminata, quasi missionaria, considerava però inevitabile la durezza. Eventuali blandizie non avrebbero potuto molto contare sulla persuasione, alla quale i negri si mostravano fin troppo negati. Insomma, i bianchi tendevano con tutte le loro energie a strutture più o meno europee: e i negri non ne sembravano per nulla attratti, ancora e sempre ricordavano, e preferivano, i loro tukul di fango.
*          *
           Eppure una convivenza  si imponeva e si impone. Il bracciantato negro già era indispensabile alle prime fattorie; e la manovalanza negra è oggi più che mai indispensabile all'edilizia, alle miniere, alle industrie. Di solito non rende molto, ma in compenso costa pochissimo. E non si saprebbe come sostituirla, se non con una aperta immigrazione, che creerebbe altre difficoltà, forse altri timori, e che, comunque, non risolverebbe certo il problema dei negri. Ormai esistono, e a milioni (undici, contro tre di bianchi); ormai sono stati quasi dovunque inseriti, sia pure ai gradini più bassi; e sono, inoltre, molto prolifici. Costituiscono quindi una enorme forza, che finora è stata infatti radicalmente sfruttata, e costituiscono pure una grossa debolezza, che, proprio per quello sfruttamento, si vorrebbe nascondere. Ma, anche considerando questa sola città, non si possono certo nascondere quasi seicentomila negri (i bianchi sono circa quattrocentomila). E allora li si costringe, li si disciplina, li si irreggimenta, li si segrega. Un po' militaresca, un po' poliziesca, un po' assistenziale, la mano che li regge vuole essere molto ferma, la mano del padrone: il quale, come tutti i padroni assoluti, se concede lo fa per un proprio tornaconto, sperando che questo, alla lunga, possa essere anche quello del dominato.
           Johannesburg è costituita da due città. Il centro è la City dei grattacieli, degli affari, con attorno isole fiorite che sgranano un arcipelago di eleganti zone residenziali. Più lontano ancora, come un nastro intermittente a salienti e a rientranze, si stende, quasi a perdita d'occhio, la città negra, che un pessimista potrebbe dire tutta composta di altrettanti domicili coatti (locations). I negri possono infatti scegliere, come possono, una loro abitazione entro la City soltanto se ne sono addetti a determinati servizi, anche notturni: ma sono pochissimi. Quanti lavorano nelle miniere non possono avere la famiglia con sé, abitano le casermette che le miniere stesse forniscono. Tutti gli altri, la maggioranza, si vedono assegnata una zona; e, nella zona, un'abitazione.
           A scorgerne le prime, quelle che sorsero quaranta, cinquant'anni or sono, e che in certi valloni nascosti ancora resistono alle intemperie, non si può non parlare di tane, tutt'al più di tuguri, impastati di fango, tukul squadrati. Ma vanno scomparendo. Li hanno sostituiti e li sostituiscono casette minime tutte eguali, a un solo piano, schierate in battaglioni che rigidamente scendono e salgono i lenti pendii dell'altipiano. Quelle che hanno i tetti di lamiera dipinta di minio sembrano, viste da lontano, altrettanti depositi di casse rosse, ordinatamente disposte sul verde; quelle che hanno i tetti di lamiera non dipinta, e perciò bianchi al sole, sembrano, viste da lontano, allucinanti, sterminati cimiteri.
*          *
           Ma a penetrare per i nastri d'asfalto che si insinuano in ogni gruppo di codesti tetti tutti bassi e tutti eguali, che fanno più sconfinato il cielo, si incontra ogni tanto la scuola, la chiesa, il campo di giochi, l'ambulatorio, la clinica; e si scorgono volti di pece che non nascondono bianche maliziose risate. Cominciano a essere distaccati, lontani, da quelli che furono i loro villaggi, da quelle che furono le loro tribù. Non si vergognano più delle loro malattie, che prima nascondevano; ora hanno fiducia nei medici, nelle infermiere, nelle medicine. Forse, di tutti gli aspetti di codesta... colonizzazione, quello sanitario ha dato i frutti più positivi. La sifilide, agli inizi, raggiungeva talvolta il quaranta per cento, ora è limitata all'uno per mille; e ogni gravidanza è seguita dal principio alla fine. Gli ambulatori sono aperti sei giorni alla settimana; e i sei pomeriggi vi sono esclusivamente dedicati alle donne incinte, i sei pomeriggi sono molto affollati.
           Comincia a dare i suoi frutti anche quella che, alla sua maniera, si potrebbe chiamare una colonizzazione edilizia. Ciascuna di queste abitazioni minime può essere ampliata, ha, sul retro e ai lati, un piccolo appezzamento di terreno, e di ogni cosa l'inquilino può diventare proprietario pagando centottanta sterline in vent'anni, a rate mensili, altrettanti capillari crediti fondiari. La casa è consegnata greggia, ognuno se la intonaca, se la colorisce con le sue mani; e anche questo lo fa aderire, lo radica. Quando i suoi padri erano ancora soliti ad affidare alle donne la costruzione della capanna nella foresta; una costruzione di frasche e di poche ore, che di migrazione in migrazione, breve o non breve, poteva e doveva essere rifatta dodici, quindici, venti volte in un anno.
*          *
           Tutto ciò potrebbe anche apparire uno sforzo quasi imponente. Ma è voluto, non lo si ripeterà mai abbastanza, dalla necessità, e soprattutto dalla convenienza. Comunque, per la fine del prossimo anno, dei 600.000 negri di qui 400.000 avranno una casa. E poiché le miniere ne impiegano, e albergano, almeno 150.000, il problema di un tetto, sia pure assai basso, e di lamiera, potrà considerare risolta una sua prima fase che si iniziò almeno quarant'anni fa. Furono spesi e si spendono miliardi; non per nulla sono tipici del governo sud-africano tanto un ministero delle miniere quanto un ministero dei negri e dei coloureds, per gli «Affari indigeni». Si concede tutto quanto si crede di poter concedere, ma assolutamente non si transige su di una politica razziale che ha per principio fondamentale l'apartheid, la separazione. Piena parità di diritti sarà a tutti concessa, si dice, quando tutti saranno in grado di poterli coscientemente esercitare. Ma prima, e intanto, l'apartheid; che dovrebbe mirare, si dice, a un distinto e parallelo sviluppo dei vari gruppi.
           E la «separazione» sempre e dovunque si manifesta e perentoria si impone. Ogni città, come si è visto, è nettamente divisa in due, una di bianchi e una di negri. E poi, autobus «separati», carrozze ferroviarie «separate», nei parchi e nei viali panche «separate», e così via. Non si trascura nemmeno una durezza esplicita di termini, che sottolinea, ribadisce. Per le toilettes dei bianchi, signore e signori: per quelle dei negri, femmine e maschi. La «separazione» è però reciproca. Impossibile, a un bianco, penetrare in un bar per negri. Sconsigliabile, sia pure di giorno, allo stesso bianco, introdursi in un quartiere negro. (Di notte sarebbe un temerario assurdo). Tutto questo per le città e i loro dintorni, anche se al Capo le norme siano state, fino a qualche tempo fa, meno tassative. Nell'interno esistono poi vere e proprie «riserve», costituite da una parte dei territori che i Bantù originariamente occupavano. In tali «riserve» vivono più di quattro milioni di negri, fra i quali stregoneria e magia ancora imperversano. Sono buone zone agricole, ed è assolutamente vietato ai bianchi di acquistarne un solo ettaro. E' stata forse questa la misura più illuminata; altrimenti, a quest'ora, quei poveracci non potrebbero più disporre di un solo metro quadrato.
           Previdenze, possibilità teoriche e non teoriche di educazione, vigilanze assidue, e strette difese, tutto è posto in atto da un empirismo che sovente sa riconoscere e provvedere, ma non deroga mai da un ferreo stato di fatto che non deve essere nemmeno scalfito. E' un possibilismo cauto e duro, tutto al più confida in quelle che crede vaghe premesse di un remoto avvenire. Invano l'arcivescovo della chiesa anglicana chiede scuole che siano aperte a tutti. Quello del Sud Africa è certo il più grave fra i problemi razziali, il mondo intero lo osserva. E gli afrikaans, questi discendenti dei Boeri, a loro volta discendenti di Olandesi e di Ugonotti, sentono tutti quegli sguardi, intenti al come il gravissimo problema potrà essere risolto. Lo sarà senza crisi violente, potrà incanalarsi entro argini più umani e sicuri? Per rispondere, bisognerebbe essere profeti.


Torna ai contenuti