
(Dal nostro inviato speciale)
Città del Capo, marzo.
Anche questa volta, in cammino verso il Capo di Buona Speranza, o dirò meglio, verso il Capo delle Tempeste, e vi spiegherò dopo perché il nome mi pare più giusto del primo, ho la stessa esperienza di tutte le volte che sono arrivato a questi luoghi ove finisce un continente e comincia l’oceano sterminato, al nord della Norvegia, o a cabo do mundo nel Portogallo, al Labrador, alla costa atlantica d’America fra Charleston e Savannah là dove si disfa in un selvaggio arcipelago di sessanta isole in cui vivono, ancora immuni da ogni mescolanza con i bianchi, gli ultimi esemplari dei negri Gulla venuti dalla Costa d’oro sul golfo di Guinea; i progenitori dei negri americani. Sempre la stessa esperienza: i monti perdono forma, diventano tavoloni rocciosi che hanno l’aspetto e la nudità di bastioni di fortezze, la campagna si spoglia d’ogni amenità, torna landa primitiva aperta senza difesa ai venti e alle bufere, le ultime abitazioni dell’uomo appaiono solitarie e tristi come avamposti perduti. Come se l’uomo abbia sempre rifuggito da queste rocce protese verso l'ignoto, per paura o per riverenza di misteriose forze in agguato dietro l'immensità senza misura. Qui è lo stesso. Si parte da Città del Capo verso il sud, la strada segue la costa atlantica d’una penisola protesa fra i due oceani per una ventina di miglia, va per sobborghi di case gaie, bianche, con il portico e l’alto timpano ricamato, tuffate in una fioritura doviziosa, traversa boschi di eucalipti, di quercie, di betulle dalle foglie d’argento; corre sull'orlo della marina irta di scogli grasse, cale e promontori che si spezzano in un tumulto di scogli bianchi, archetti di pinnacoli, polipi che sembrano carcasse di balene o di ippopotami e di rinoceronti; sale su per il monte che cade a picco, intagliata a mezza costa nella roccia gialla e nella terra rossa; traversa da un capo all'altro la penisola angusta lungo un fiume di sabbie candide come neve, e dall'altra parte si apre ridente e macchie di spini bianchi e rossi; «strongty italian», dice l’inglese che mi accompagna di questo paesaggio che ricorda infinite qua e là la riviera amalfitana, e la Sicilia, e le isole Eolie (solo che questo cielo è scolorito, e le rocce e i boschi non esalano come da noi scuri aromi sotto il sole che li percuote, hanno un insipido alito di scene dipinte). Ma poi da Simonstown, porto ben riparato sulla costa orientale della penisola che è base navale degli inglesi (se ne sono fatti una specie di Gibilterra africana e magari grosse navi da guerra ce le tengono di rado, ma ci rifanno un ammiraglio, un personaggio importantissimo, secondo in autorità soltanto all'eccellentissimo Governatore generale), si sale su per il monte per una strada a svolte, e tutto cambia d’un tratto. Si arriva su un altipiano arido, vuoto, una conca con vili rocciosi e remoti che precludono per un poco la vista del mare, da cui balzano denti di macigno nudo; una steppa senza abitazioni, cespugli spinosi, poca erba fra i sassi, un enorme cielo pallido la grava, ingombro di cataste di nuvole bianche che irradiano più luce del cielo. Animali in libertà vengono fino sull'orlo della strada a curiosare senza timore, caprioli, struzzi, zebre, certe goffe antilopi che stanno fra il bufalo e il bisonte e galoppano via soffiando vapori dal naso, gibbose, lugubri. Qui sorge un dubbio La penisola si restringe, la strada scende verso la veduta del mare dai due lati, e giunta un ultimo promontorio, ecco che il mare lo abbiamo anche di fronte. E qui sorge il dubbio, quale sia il vero Capo di Buona Speranza; questo che cade basso nelle acque a destra e verso sud, con un orlo di spiaggia ruvida, formato da tre gobbe di sasso ed erba che guardano fuori come leoni accovacciati; o questa punta alta ed aguzza che sale verso oriente con alcune case di guardiani in alto e ad un faro sulla vetta a cui si arriva per un sentiero da capre; e di lassù la vista scende per un costolone ripido fino ad un altro faro a livello del mare, accanto ad un pilastro di roccia che la gente chiama la colonna di Vasco de Gama? Il vero Capo è il primo; lo indicano i rintocchi d’acqua al largo un mezzo miglio, su certe secche che furon per secoli il terrore dei naviganti, e un po' di vapore che se ne esala, dove le acque dell’Oceano Indiano, addolcite da una corrente calda che scende dalla costa del Mozambico, si scontrano con quelle dell’Atlantico, refrigerate da una corrente fresca che viene dalla costa del Benguela. Vapore che sarà nebbia più tardi, salirà ad avvolgere l'alta punta del faro (per questo il faro è stato sostituito da un altro al livello del mare, dove la nebbia non si ferma), correrà sui costoloni rocciosi che formano l’ossatura della penisola fino ad incappucciare la Montagna della Tavola che sovrasta la Città del Capo, a stendere sull'orlo di questa la eguale distesa di quella coltre di nuvole che dal tempo dei primi scopritori si chiama «la tovaglia». Il diavolo sconfitto Quando si scrive di questi luoghi, con sì poca luce che il lettore sappia già di che cosa bisogna descrivergli. Si descrive il Pan di zucchero davanti a Rio de Janeiro, il Vesuvio che sorge dietro a Napoli, Monte Cavo che sta sopra Roma? Beh, Monte Cavo, che io sappia, è molto trascurato dai descrittori della città eterna. È io confesso che, correndo in macchina traverso l'irto deserto del Gran Karoo verso la Città del Capo, dell'esistenza della Montagna della Tavola mi ero del tutto scordato, finché sceso dall'altipiano nella fertile campagna di Paarl che il genovese di cui vi ho già parlato, sette Centi, ha popolato di ulivi e di palme, me la vidi d’improvviso di fronte; enorme, erta, una precipitosa parete di roccia fatta come un convoglio ferroviario, terminante in una linea uguale e diritta come tirata con la palla; proprio un tavolone dominante la città raccolta ai suoi piedi. Dominante è dir poco, che la montagna i piedi li bagna nell’oceano e c’è ben poco posto per case e strade. L’olandese van Riebeeck che ebbe l’incarico dalla Compagnia Olandese delle Indie, a mezzo il secolo XVII, di costruire qui una piccola stazione per le navi che andavano a far acqua e rifornirsi di carne fresca, trovò magari che lo spazio era abbondante per il piccolo forte che eresse le prime casette lungo la riva. Ma la città che sorse sul luogo verso la fine del secolo per accogliere i primi coloni e un gruppo compatto di duecento ugonotti profughi dalla Francia dopo la revoca dell’editto di Nantes cominciò subito ad urtarsi nella sua espansione con la montagna che le stava addosso, fosca, sinistra, che par sempre voglia cacciar in mare le case che brulicano sulle sue prime pendici; sì che i moderni, per risparmiargli quel rischio, si sono indotti a prosciugare un bel tratto di mare e a creargli davanti un vasto spazio nudo e piano. Montagna della Tavola dunque, alta tremila lunga un buon miglio e mezzo; sempre tempestata dai venti e spesso coperta dalle nubi, anzi, come ho detto, dalla tovaglia. La tovaglia, dà l’idea della tavola imbandita; e naturalmente la gente a questa immagine non ha rinunziato, ed ha ricamato intorno: «dice che gli olandesi hanno stesa la tovaglia, gli ugonotti hanno preparata la cena, e gli inglesi se la sono mangiata, seduti a tavola dai servi negri». Quando si parlerà un poco dei problemi di questa Unione dell’Africa del Sud vedrete che la battuta è un sunto abbastanza esatto delle vicende storiche del paese. I dotti spiegano quel fenomeno della tovaglia con lo spirare di certi venti di sud-est che si scaldano a fior di quota correndo l’erba limpida di cui vi ho detto; un vecchissimo pescatore di aragoste di qui, che guarda caso è italiano, me l’ha raccontata diversa. Se le leggende vi piacciono come piacciono a me, che ci trovo, sia pur celata, molta più verità che nei fatti cosiddetti storici, eccovela qui. Se ne, saltate una trentina di righe. C’era qui al Capo, secoli fa, un vecchio pirata olandese, van Hunks; al quale si presentò un giorno uno sconosciuto che parlava inglese, e che lo sfidò ad una pipata. Van Hunks si tolse di tasca la borsa del tabacco, e la votò sopra una bella pietra liscia; erano otto libbre di un bel tabacco nero, forte, inumidito col rum, come usano i marinai. Ne fece due parti uguali; e i due cominciarono a fumare. Un fumo denso cominciò a uscire dai fornelli, dritto nell’aria; e si arrampicò su per i fianchi della montagna, l’avvolse, la sommerse; il sole si uccise nelle nuvole, ne spinse brandelli per entro le vie, dissero i cittadini, tossendo, che un sud-est così non s’era mai visto a memoria d'uomo, e si serrarono a catenaccio dietro le case. Van Hunks continuava a buffar fuori fumo, florido e sereno; ma lo sconosciuto divenne a un certo punto pallido come un morto, poi giallo, poi verde, si lasciò cader la pipa di bocca. «Nemmeno il fumo dell’inferno, gemette, è così pestilenziale». «Sì, il tabacco è un po' forte», sorrise l’olandese; e d’un tratto lo straniero non si vide più, scomparve dentro quel fumo, s’udì uno schianto come di tuono, si allargò intorno una puzza acre di zolfo. Il diavolo aveva perduto la gara con il pirata olandese; il diavolo, che parlava inglese. Bestemmia del capitanoMa torniamo al Capo di Buona Speranza. Ogni viaggiatore che ci è venuto, o l’ha doppiato navigando, ne ha detto la sua, e i giudizi sono come sempre discordi. Sir Francis Drake, che ci deve essere capitato un raro giorno di calma di mare e di docile brezza, ha lasciato scritto che questo è il più bel Capo e la veduta più imponente che abbia trovato girando tutti i mari della terra. Ma il capitano olandese van der Decken che si trovò i venti avversi quando voleva superarlo e bestemmiò Iddio, che con tutta la sua onnipotenza non gli avrebbe impedito di doppiarlo, anche se avesse dovuto bandeggiare fino al giorno del giudizio, è di diversa opinione. Usò il verbo al presente, perché, come è noto, il capitano fu preso subito in parola dall’Onnipotente ed erra tuttora per i mari con la sua nave, l’Olandese volante, divenuta per Wagner e per altri il Vascello Fantasma. E Bartolomeo Diaz, il portoghese che aggirò per primo questo Capo (se il primo non sia stato il genovese Antonio da Noli, come afferma un altro genovese che sta qui, il signor Barabino; e dice che a Genova ci sono i documenti perché lui nell'anno 1464 andò a Genova a cercarli), Bartolomeo Diaz lo chiamò il Capo delle Tempeste. Nome che stette qualche tempo sulle carte, finché il re portoghese Giovanni II, che non navigò mai, ordinò che si mutasse in quello di Capo di Buona Speranza; e poiché era chiamato «il principe perfetto» tutti gli ubbidirono. Ma Capo delle Tempeste è veramente, a giudicare dal vento impetuoso che quasi sempre lo avvolge, almeno per me. Si sentono battere le secche traditore là fuori, e dalla esperienza che ne hanno fatto i viaggiatori italiani. Antonio Pigafetta, il compagno di Magellano che passò di qua venendo da oriente scrive che questo «è lo maggiore e più pericoloso Capo che sia al mondo»; e che «per cavalcare lo capo de Bona Speranza stessimo sopra questo Capo nove settimane con le vele ammainate per lo vento accidentale e maestrale per prora e con fortuna (tempesta) grandissima». E il mercante fiorentino Filippo Sassetti messosi in viaggio per andare in India, la prima volta, imbarcatosi a Lisbona, perdetto sei mesi per mare senza riuscire a doppiare il Capo e dovette tornare addietro, l’anno dopo ritentò l'impresa, e ci riuscì, ma quarantacinque giorni perdette la sua nave per fare non meno pericolose della furia del vento che s’imperversa in altre stagioni, sì che si suol correre con due o tre braccia di trinchetto». Bei tempi quelli, che si stava mesi ed anni per mare alla mercé dei venti e delle calme, ma quando poi si arrivava si scrivevano lettere che rivelavano novità mai prima vedute o intese, e che sfidano i secoli; noi veniamo in meno di una giornata da casa nostra, ritroviamo i nostri costumi, più o meno, gli stessi alberghi (un po' meno accoglienti), le stesse bevande (date un po' a spizzico), e parlamenti e opposizioni e scioperi e campionati di calcio, e le nostre lettere di viaggio vivono sì e no quanto il foglio su cui sono stampate, ventiquattr’ore.
Paolo Monelli