Johannesburg, una città sull'oro - In Sud Africa con Doyle

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Johannesburg, una città sull'oro
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Cunicoli, gallerie, meandri; al di sopra si erge una metropoli, palazzi, grattacieli, giardini – Dalle profondità del sottosuolo salgono a volte rombi cupi e lontani, giungono negli atrii delle grandi banche, dei grandi alberghi – Ma non di questo si impensieriscono i “boeri” d'oggi, ma dei listini di borsa, e anche di più della “materia prima”: i negri – Finora costoro si sono prestati più o meno docilmente al triste lavoro; ma fino a quando?
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(Nostro servizio particolare)
 
Johannesburg. Febbraio.
 
Si giunge dall'Italia al Sud-Africa in ventitré ore di volo, con una galoppata su di un continente e sulle quattro stagioni. Un breve crepuscolo invernale alla partenza, una tepida notte d'autunno a Khartoum, un mattino di tarda primavera sull'alto Nilo, e, verso Nairobi, una calda estate, fino a un lento tramonto sulle praterie del Transidal. Man mano che si scendeva verso il sud, superate ormai le foreste equatoriali, già nel Tanganika, e soprattutto dopo il Niassa e lo Zambesi, si cominciavano a scorgere sempre più frequenti culture. L'Africa selvaggia e misteriosa, con tutti gli altri aggettivi di rito, aveva talvolta scorci di ondulata piana bavarese, persino di laboriosa pianura padana. Campi di terra fulva stendevano l'uno accanto all'altro i loro fazzoletti striati di solchi, sorvegliati da viottoli che volevano essere strade, da rigagnoli che volevano essere canali; e sul continente delle foreste vergini se ne scorgevano ora altre dai tronchi rigidamente allineati, con le geometriche calvizie dei tagli recenti, ma già punteggiate di trapianti solleciti.
 
           Erano quelle, le ultime tappe, raggiunte un tempo, verso il nord, da tenaci contadini olandesi, i boeren. Avevano duramente lavorato, e per generazioni, perché l'estremo sud africano diventasse una loro terra, perché i nipoti potessero ricordare gli avi attorno allo stesso focolare, governato dalle leggi dell'agricoltura e della pastorizia. Gli inglesi li avevano prima insidiati, poi assaliti; avevano creduto in una facile passeggiata militare contro <poche bande di paesani>; e i boeri, pur di accanitamente difendere in una dura guerra la loro indipendenza, di lotta in lotta e di tregua in tregua avevano emigrato sempre più a nord. Paul Kruger e Cecil Rhodes furono i due fieri avversari. Il boero vagheggiava per i suoi una vita gelosa, intatta, patriarcale; l'inglese sognava enormi conquiste, <dal Capo al Carro>; e quando si erano qui scoperti enormi filoni d'oro, e anche su questi le mire inglesi si erano accanite, e fra i primi pozzi cominciava a sorgere quella che doveva poi chiamarsi Johannesburg, l'austero Kruger non esitò a definirla <città appestata>. Dal delirio dell'oro, dalla febbre di troppo facili ricchezze.
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           Dove, pochi decenni or sono, vivevano lo sciacallo e il leone, fra steppe rocciose e rade macchie d'erica, ora si stende una metropoli di quasi un milione di abitanti. Ha settant'anni, li ha solennemente celebrati l'anno scorso. L'età di una qualunque nonnina sarebbe, per una città, la primissima infanzia, e invece, questa, è possente di grattacieli, robusta di arterie, verde di parchi, orgogliosa di cinque musei e di venti cinema all'aperto. Qui, nel 1886, non esisteva una capanno, quasi non esisteva un albero. Ma nel sottosuolo, ancora per poche settimane ignorato, esisteva il Rand, il più ricco giacimento aurifero del mondo. E fu la corsa sfrenata, ogni appezzamento stabilito con quattro picchetti, i primi sondaggi fatti con la rivoltella alla cintola, i primi ricavi dispersi in alcool e in risse. (C'erano anche le belve, si capisce, ma erano le meno feroci). Le bocche degli scavi si approfondirono nei punti più redditizi, e questi si rivelarono naturalmente disposti come in un immenso ferro di cavallo. Gli accampamenti ne sorsero all'interno, e i tratturi diventarono strade, sempre più ampie, e rettilinee, e ad angolo retto, per il lento svoltare dei gonfi carri boeri, trainati da sei, da otto paia di buoi. I filoni più ricchi del ricchissimo Rand convergevano  verso il centro, si cominciò quindi a scavare anche sotto le strade, e poi anche sotto le case che, lungo le vie più frequentate, andavano sorgendo. E si scavò senza sosta, l'oro faceva subito ricchi, e la ricchezza voleva ricchezza. Così, contemporaneamente, nacquero e sempre più rapidamente s'ingrandirono due città sovrapposte, l'una sotterranea, l'altra alla luce del sole; e il sorso pulsare della prima, notte e giorno, era la unica linfa della seconda.
 
           Bastava scavare. Era come un faticoso ma infallibile gioco d'azzardo. E sempre più si diffuse la mentalità del giocatore certo di una certissima fortuna. A nulla valsero gli sdegni di Kruger, le culture dei campi vennero abbandonate, tutto si poteva facilmente comprare, non importava se da vicino o da lontano. E ben presto ci si accorse che anche la stessa fatica degli scavi la si poteva comprare, c'erano i negri. Li si ingaggiava a torme, e a pagarli bastavano un po' di miglio o di mais ogni giorno, pochi scellini ogni settimana. Il bianco cominciò così a limitare la sua fatica a quella di sorvegliare, dirigere; e la città sotterranea sempre più estese le sue gallerie e i suoi tentacoli, sovrapponendoli, incrociandoli, affondandoli, mentre al di sopra di quei meandri da termiti la città vera e propria sostituiva le case di legno con altre in muratura, e poi le voleva sempre più alte, addirittura si tendeva al grattacielo, e grattacieli si chiamavano, di dodici, quindici piani. Non di più, come si sarebbe voluto. Ancora oggi l'altezza di una nuova costruzione, a seconda del sito, è imposta dalla relativa stabilità del terreno, quasi dovunque perforato da troppi cunicoli di miniera; per molte gallerie al di sotto, pochi piani al di sopra; e ogni tanto la città sotterranea fa udire una sua voce.
 
           Sono rombi cupi e lontani, come fremiti soffocati, che talvolta giungono anche negli atrii delle grandi banche e dei grandi alberghi. Sono la sorda eco degli scoppi più vicini, se pure a duemila metri di profondità; sono come un urlo spento che giunga dalle viscere della città nata dall'oro, sull'oro, e dai suoi primi schiavi. Oppure il fremito è silenzioso, appena lo si avverte da un impiantito, e da un lieve oscillare di lampadario. Il terreno si assesta, forse una delle più vecchie gallerie si è chiusa per sempre, un altro buco di termiti si è schiacciato. Poco importa, i grattacieli hanno robuste strutture metalliche, da quei vecchi buchi corrosi è venuta la ricchezza, e questa domina, e vorrebbe essere sempre più dominatrice.
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           Ma come è poco stabile il sottosuolo sul quale poggiano, così quella ricchezza, quella potenza, hanno sovente il timore di essere precarie. Qui si producono circa due terzi della produzione aurea conosciuta. E quei due terzi hanno di fatto un solo acquirente, gli Stati Uniti, a un prezzo non più variato dal '56. Il pensiero che il tallone-oro possa essere un giorno abbandonato appare come una visione di sciagura, di rovina. E il pensiero che i giacimenti non possano, comunque, essere inesauribili, è un'altra visione fosca. Ci si ricorda di azioni, di questa o di quella <Compagnia>, cadute in pochi giorni da trecento sterline a uno scellino. Ma poi, come nel '46, si scoprono altri favolosi filoni, nell'Orange; e torna una fiducia che facilmente diventa sicurezza, e ancora si fa forte di precise esperienze. (Nell'Orange, dodici anni or sono, non la selvaggia corsa all'oro, ma distribuzioni oculate, igiene garantita, benessere pianificato, e per il lavoro più duro, i soliti negri).
 
           Questa è però una terra quasi inesauribile. Quella dell'oro sarà probabilmente stata una sua primissima fase, la più fortunosa, la più romanzesca. Ci sono giacimenti di carbone tanto ricchi che già, da un paio d'anni, se ne trae benzina sintetica. I filoni diamantiferi danno letteralmente quanto si vuole, il quantitativo è limitato di anno in anno da un onnipotente <cartello>, che così domina i prezzi. E c'è stagno, c'è argento, c'è platino; e, per ora ultima sorpresa, uranio. Si comprende come l'agricoltura si sia ormai limitata a si e no un ventesimo dell'attività totale, anche se certi terreni, mai depauperati da foreste, possano dare due raccolti all'anno.
 
           I pionieri olandesi e ugonotti avevano potuto scorgere, in questa terra ferace, un loro paradiso pastorizio e agricolo; i loro attuali discendenti sono soprattutto pensosi dei listini di borsa. E particolarmente li impensierisce una <materia prima> che finora si è più o meno docilmente prestata, quella dei negri, ma fino a quando? Di tutte le risorse del paese è questa la più facile, pronta. E' altrettanto lavoro, a costi quasi irrisori. E' un altro oro, l'oro nero, nel quale però, come rombi e fremiti di un ben diverso e minaccioso sottosuolo, possono covare livori, vendette, rivolte. Chi, a scongiurarle, vorrebbe sempre protesa una mano fraterna; chi invece sostiene la forza per la forza; chi vorrebbe una cauta via di mezzo. Intanto la città confina, la notte, i negri entro le loro <riserve>. Sorgono a dieci o quindici miglia di distanza, le si vorrebbe ancora più lontane; e il negro che, senza uno speciale lasciapassare, è sorpreso in città dalle nove di sera alle cinque del mattino, può essere senz'altro arrestato.
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           Le vie, di notte, sono canali luminosi deserti. Ricordano una piccola Manhattan improvvisamente disabitata. Qui si sta di giorno, per lavorare. Nel tardo pomeriggio si rincasa, verso zone di verzura gremite di ville e di villette, spesso con piscine e giardini stupendi, si direbbero dintorni ora di Los Angeles ora di Londra. Sia tra gli asfalti della City, sia tra codesti parchi squisiti, di tutto ci si può ricordare, ma non dell'Africa. E lungo gli asfalti, la sera, sul borbottio degli autobus, una strana voce si leva e si effonde. La città che, senza i filoni d'oro, sarebbe ora un tranquillo alternarsi di fattorie fra i campi, così come il vecchio Kruger aveva sognato; la città che da un decimo piano appare tutta un torreggiare di acciaio e di cemento, sciabolati da luci multicolori; alla prima frescura della sera esprime una sua incredibile, indimenticabile voce, un vasto coro di grilli. Si annidano un po' dappertutto, ma specialmente nel terriccio dei cornicioni; e a quel coro estivo insistente, che sembra sorgere da vicini campi nascosti nel buio, ogni camera d'albergo ha così un suo sonoro sfondo agreste, il vecchio Kruger se lo ascolterebbe intenerito.
 


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