
(Dal nostro inviato speciale)
Nairobi, marzo.
Tiriamo le somme, intorno a questi Mau Mau (gli inglesi scrivono Mau Mau, e così i giornali italiani che prendono le notizie dai giornali inglesi; ma quella « u » finale degli indigeni è pronunciata come una « o » stretta, quindi la grafia esatta per un italiano è Mau Mao). Forse i lettori ricordano l’inizio del mio primo articolo. Citavo le parole di un italiano di Nairobi che diceva che lo facessi ridere con i Mau Mao, sono sì e no cinquanta, e stanno bravi nelle selve dove sono stati costretti a rifugiarsi, e ne escono solo quando hanno fame o desiderio di armi e allora gli può capitare di scontrarsi con i soldati o con la polizia e di prenderle. I lettori ricorderanno la conclusione del mio precedente articolo, e quella mia osservazione sulla sproporzione delle perdite fra Mau Mao e kikuju da un lato, e bianchi dall’altro. Anche negli ultimi scontri del febbraio, veri e propri combattimenti in cui anche le forze del governo hanno avuto perdite, quella sproporzione è rimasta, se ci sono morti da parte inglese, sono sempre e soltanto di quei kikuju fedeli che si sono arruolati con la polizia, o formano speciali compagnie della della Guardia Nazionale (Homeguard). Sparatoria di Gino Lusso Ebbene, c’è del vero in quella frase dell’italiano bastian contrario, di Nairobi, spogliandola naturalmente della voluta esagerazione (è difficile che i Mau Mao della foresta siano centocinquantamila, se nella sola settimana dall’8 al 15 febbraio, secondo un bollettino inglese, i Mau Mao hanno perduto trecento uomini, novantaquattro uccisi in combattimento, gli altri feriti o catturati); ma l’italiano bastian contrario intendeva dire che una distinzione assoluta fra Mau Mao e kikuju non si può fare, esiste un generale stato d’animo dei kikuju esacerbato e irritato contro i bianchi, che mostrano di considerarli come esseri inferiori, materiale umano a buon mercato per i lavori più faticosi. È la mia osservazione corroborava quel giudizio un po’ pessimista sulla condizione delle cose con cui si chiudeva l’articolo; che forse il peggio è ancora da venire, che la guerra fra bianchi e neri non è cominciata ancora, ma può scoppiare da un momento all’altro, e prendere l’aspetto di una guerra nazionale, quando i capi del movimento crederanno di avere in mano tutta la tribù, o almeno la parte più giovane e più attiva di essa.Un vecchio agricoltore bianco di qui mi diceva che bisogna calcolare ventimila kikuju come veri e propri Mau Mao, o in armi nella foresta, o pronti ad abbandonare al primo cenno la riserva o la fattoria o l’impiego — molti kikuju lavorano nelle ferrovie —; e altri centoquarantamila che sono legati dal giuramento in un modo o nell’altro e collaborano in diversa maniera con i Mau Mao, accettando armi e munizioni, accogliendo i feriti, trasmettendo informazioni, esigendo denaro dai capi-villaggio ecc. e altri duecentomila che hanno sì rifiutato qualche successo dei ribelli per passare nel loro campo; circa un terzo del numero totale dei kikuju. Vi ho detto fino a ieri che i bianchi morti ammazzati dai Mau Mao ammontano a ventitré, sono saliti ormai a venticinque; pochi giorni fa due vecchi coloni inglesi sono stati uccisi nella loro fattoria, a miglia e miglia da Thika, a 40 miglia da Nairobi, proprio al confine con la riserva dei kikuju; e lo stesso ghenga che ha ammazzato i due inglesi ha tentato anche la vicina fattoria di Gino Lusso, figlio di un pioniere italiano; ma il Lusso, che vive con la moglie ed un figlioletto, ha fatto in tempo a sbarrare da tutte le finestre col fucile mitragliatore; lo stesso ha fatto l’animosa moglie con un fucile da caccia, un 303 Shot Gun. Dettero l’allarme lanciando razzi da una pistola Very, riuscirono a spaventare e a mettere in fuga gli attaccanti. (Bisogna dire che, finora, basta poco a mettere in fuga queste ghenghe « basta fargli un’accia faccia e si squagliano », mi ha detto un pioniere danese che conosce meglio di tutti le foreste dell’Aberdare e i Mau Mao).Chiudere gli occhi Vi ho già detto che l’opinione corrente che il governo della colonia del Kenia ha finora avuto idee poco chiare e con incerti programmi. Mi ci sono voluti quasi trent’anni per accorgersi di quello che bolliva in pentola. Si sa che cos’è la splendida isolazione degli inglesi; sia in patria, sia nella vita sociale e quotidiana. È il chiudere gli occhi davanti alle cose che gli possono dispiacere, ignorare tutto quello che non è del loro mondo, considerando, nei migliori dei casi, i geni, i natives, come individui utili o inutili, da servirvene o da lasciare che facciano quello che vogliono secondo i casi, ma sempre senza interessarsi di quanto li tocca finché non vi scorgano una minaccia al proprio benessere. Assistevo sorridendo al primo apparire del signor Harry Thuku di cui vi ho detto, il primo pioniere dell’idea di restituire la terra ai kikuju; e solo quando un comizio dei suoi primi seguaci degenerò in tumulto, e ci furono scontri con la polizia e qualche morto, si spaventarono, lo lasciarono, sempre sorridendo, che il motto e il programma fossero ripresi da più attivi agitatori, lodavano dei signor Gomo Kenyatta la bella eloquenza, la perfetta conoscenza della lingua inglese, gli piaceva quella sua vernice di cultura protestante e di imparaticci russi; solo due anni fa, dopo la proclamazione dello stato di emergenza e l’arresto di Kenyatta, ebbero il sospetto che le sue teorie ragionevolmente esposte e l’esplosivo programma dei Mau Mao fossero la stessa cosa, e lo condannarono a sette anni di prigione, e benché si parli di metterlo fuori per ammansare i kikuju, finora è sempre dentro. Dopo la proclamazione dello stato di pericolo, sono cominciate le operazioni militari e di polizia, delle quali vi ho già parlato. Da un lato il vecchio esercito che batteva a casaccio dalla foresta per procurarsi viveri armi e munizioni; dall’altro si cerca di chiudere in campi di concentramento e costruire reti impiccare quanti più kikuju è possibile, ma con regolari giudizi davanti a regolari tribunali. Il rispetto della legge è perfetto, si giudica chissà a rispondere dei suoi atti tanto il kikuju che attentano alla tranquillità del bianco, quanto il bianco che angaria o ferisce il negro; una giustizia fredda, una solidità irritata i vecchi coloni.
Basta una cartuccia
Il cap. Griffith, che qualche mese fa fu assolto dall’imputazione di avere assassinato dei negri, è stato condannato di questi giorni dalla Corte marziale a cinque anni di carcere, e alla espulsione dall’esercito, per avere offerto un orecchio a un negro che collaborava con i Mau Mao, e per aver bucato l’orecchio ad un altro per farvi passare un filo di ferro, e tirarselo al guinzaglio. Incuriosa scusa, in questo paese dove la maggior parte degli indigeni ha, non dico un buco, ma addirittura una finestra nel lobo dell’orecchio (talvolta terribilmente deformato). Ma si commina la pena di morte all’indigeno per molto meno; mi basta trovare una sola cartuccia in tasca di un indigeno per farlo impiccare, mi ha detto un sergente della polizia di qui. Dicono che ci sia poco accordo fra la polizia e l’esercito, e continui contrasti su competenze; capita qualche volta che è segnalato un forte gruppo di Mau Mao in un certo posto, comincia una serie di telefonate fra comandanti della polizia e comando militare, per mettersi d’accordo a chi tocchi recarsi in quel certo posto, quando il problema è risolto i Mau Mao sono scomparsi, dopo aver fatto magari bottino di cibi e di munizioni. Mi dicono che un alto ufficiale inglese ha chiesto di essere richiamato in patria dopo di avere scritto una lettera ad un giornale in cui diceva presso a poco: « Questa guerra è una burletta, in due anni quindicimila soldati bene armati non hanno saputo concludere nulla contro tremila straccioni che sparano con la fionda, faccio le valigie e me ne vado ».Contrasti ci sono anche fra le autorità civili e quelle militari. Quando, alcune settimane fa, il governatore del Kenia sir Evelyn Baring si prese la responsabilità, senza consultare nessuno, di promettere salva la vita al capo Waruhix Itote, notame generale China, condannato a morte il 3 febbraio, del quale si dice che fosse il secondo in comando del bravissimo Didam Kimathi — quando il governatore si prese la responsabilità, dicevo, di commutargli la pena di morte in quella della prigione a vita in cambio della promessa di intercedere presso i capi Mau Mao per una resa onorevole, si trovò contro non solo i militari, ma anche tutti i coloni. Non si tratta con un delinquente comune, gli hanno detto, con un « uomo modo »; i fedeli sono horrified per questo fatto; sono stati condannati a morte e impiccati tra kikuju impiegati delle ferrovie per aver fornito al generale China munizioni e lampadine elettriche, e a lui regalano la vita; e dovrebbe par sapere il governatore che lui stesso, China, studiò e diresse l’attacco alla casa dell’italiano Maloncelli e gioì a vedersi morire sotto gli occhi la povera signora Norina. Si sono udite violentissime proteste, si è parlato di abdicazione della razza bianca, di prestigio perduto; il sig. Humphrey Slade, membro per il distretto di Aberdare al Consiglio legislativo della colonia (una specie di Senato) si è clamorosamente dimesso. Dirò fra parentesi che non sembra che il generale China abbia avuto molto successo nel campo Mau Mao. Aveva detto al processo, prima della condanna, « bisogna che i più vecchi fra i bianchi ed i più vecchi della foresta s’incontrino a fumare insieme la pipa e a studiare il modo di fermare la guerra »; ma questo proposito espresso in linguaggio biblico, se è piaciuto al governatore, non pare abbia trovato molto ascolto finora. Si disse sulle prime che sedici capi Mau Mao si erano dichiarati disposti a seguire il suo invito; poi non se n’è saputo più nulla e ad ogni modo il capo supremo Didan Kimathi (che l’anno scorso proclamò il suo programma in 78 punti, dico 78; ognuno dei quali era la parafrasi di un solo concetto, « tutti i bianchi debbono lasciare il Kenia ») non si è fatto vivo, anzi ha fatto saper nulla, taluni vedono nel duplice attacco la notte dal 16 al 17 marzo alle due fattorie presso Thika una risposta indiretta alle melliflue proposte e l’inizio di un nuovo terrorismo. Giungiesi, almeno quelli qui del Kenia, mostrano di non aver ancora capito che va bene ammazzare, va bene impiccare, va bene iniziare trattative per metter fine alle ostilità vere e proprie si parla, e i Mau Mao sono definiti « nemici » e si progetta la costituzione di un organo supremo chiamato War Council); ma nel programma dei Mau Mao, spogliato dagli atti di ferocia e dai barbari riti, ci sono rivendicazioni che stanno nel cuore di tutti i kikuju, aspirazioni che si possono chiamare nazionali, o nazionaliste, e un desiderio di progresso civile e sociale congiunto con il rispetto della tradizione, con la conservazione delle antiche usanze; aspirazioni che hanno preso ormai un contenuto politico e alle quali bisognerà pure prestare ascolto, se i bianchi vogliono ancora convivere con i negri su questa terra. Occorre dunque che accanto all’opera dei militari si sviluppi di pari passo l’opera dei politici, dei borghesi; che sappia tener conto dei legittimi desideri, delle giustificate bagnanze della popolazione kikuju, e si prefigga onestamente di creare quella racial harmony di cui si parla molto, specie nella madre patria, ma di cui si vedono troppo scarsi segni nei rapporti quotidiani.
Paolo Monelli