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Pochi bianchi e troppi neri - In Sud Africa con Doyle




(Dal nostro inviato speciale)

Johannesburg, febbraio.

Johannesburg è una città per bianchi, popolata da negri. Nelle case del centro, nei grattacieli, nelle ville e nei numerosissimi quartieri suburbani di fastosi appartamenti-houses, ci sono gli uffici dei bianchi, gli alberghi e le trattorie e i negozi dei bianchi, i cinematografi e i teatri dei bianchi, le abitazioni dei bianchi, per le vie corrono le automobili e gli autobus dei bianchi. Dicono le statistiche che la città ha 360.000 «europei» (parola che designa i bianchi di ogni continente) e, sia pur con qualche esitazione, la legge e il costume considerano «europei» anche i cinesi e i giapponesi; e 500.000 «non europei» (cioè negri, meticci — detti qui coloured, «colorati» — e indiani). A Johannesburg i meticci e gli indiani insieme sono appena un decimo dei non europei, tutti gli altri sono negri buntu divisi in numerose tribù, zulu, basuto, xhosa, sotho, pondo, sechuana, swazi e non so quante altre: ma la minoranza europea ha per sé tutta la città fino ai più remoti sobborghi, salvo qualche quartierucolo periferico riservato agli indiani ed ai meticci, i negri sono relegati in appositi quartieri eccentrici ai margini dell'area municipale o fuori di essa, a dieci dodici quindici miglia dai centri della locazione. Sono popolosi sobborghi che sorgono isolati nella landa, lontani gli uni dagli altri e fuori dalle grandi strade, che contengono ognuno da cinquanta a centomila persone, nei quali è vietato ai bianchi di risiedere e di lavorare; i più recenti sono costruiti con certi criteri di ordine e di pulizia, i più antichi appaiono, come Alexandra, un'accozzaglia di povere catapecchie, senza strade, senza luce, senza altri servizi pubblici che quelli degli autobus che portano ogni mattina quegli abitanti a lavorare in città e li riportano su la sera; o addirittura, come Morokwa, una verminaia di baracche di terra, di paglia, di lamiera ondulata in cui cercano ricetto solo per dormire; le più intime faccende della vita sono sciorinate all'aperto, nel fango o nella polvere, verso sera portano fuori certi rudimentali fornelli a legna o a carbone ove si cuociono il pasto. Uccellare alle nuvole l'amministrazione comunale di Johannesburg è orgogliosa di quella nuova locazione che si chiama Orlando, dodicimila case in cui vivono 97.000 negri; un funzionario del Comune mi ha portato a vederla, mi ha lodato le case meno recenti di mattoni rossi e gialli, le ultime di materiale «prefabbricato», ciascuna con un poco di terra intorno e l'acqua e la cucina in casa (la luce elettrica è solo nella strada), e dopo aver percorso le stradette a fondo naturale che la tagliano ad angoli retti siamo usciti in luogo aperto ed alto per vedere tutta questa vastità. Quelle schiera di case bianche tutte precise con il tetto ricurvo e bianco, con troppo rari ciuffi d'alberi qua e là, distese su un pendio nudo e sudicio, m'ha suggerito alla mente paratosa come un armento di pecore grasse, come una torma di pidocchiacci, ha un triste aspetto di colonia di punizione, di accampamento per internati o prigionieri di guerra; e per vero queste locazioni, e più le nuove delle vecchie, sono un vero e proprio domicilio coatto. Nella città dei bianchi, accanto a questi ultimi, abitano solo quei negri che per ragione del loro lavoro non possono allontanarsene troppo, si vogliono avere sempre sottomano, camerieri d'albergo o di casa privata, garzoni, fattorini, uscieri, guardiani, guidatori d'autocarro; ma vige anche in questi casi la politica dell'apartheid (parola boera che significa «separazione»), cioè la separazione rigorosa di una razza dall'altra, e soprattutto dei bianchi da coloro che hanno la pelle di un altro colore, sia esso giallo o bigio o caffe-latte o tabacco o nero inchiostro: in questi casi i negri debbono occupare una parte ben distinta dell'edificio dei bianchi, «la tana sua»; per esempio, o stanze e baracche in fondo ad un cortile. Sebbene anche i negri lavorino, o si muovano, gli è concesso di stare in mezzo ai bianchi, è necessario anzi che ci stiano, dato che ad essi sono riservati, e soltanto ad essi, i lavori più umili e più servili; si mescolano ai bianchi nei loro santuari, alberghi e banche e uffici e trattorie e cucine, guidano le automobili dei bianchi, entrano nelle botteghe dei bianchi, che il commerciante non bada al colore della pelle di chi compera, par che comperi, non olent, dicono come Vespasiano i botteghini bianchi dei soldini dei negri, faticosamente guadagnati, spensieratamente spesi. Poi i negri passeggiano, cosa che i bianchi non fanno, come ho detto; gli piace uccellare alle nuvole, se non hanno nulla da fare, accorrono alla città anche se non ci hanno un lavoro, seggono in beato ozio lungo i marciapiedi o seggono a schiera a carte; cosicché per le vie si vedono molto più neri che bianchi. E sono solo i bianchi che camminano in fretta, passano in fretta dentro le rapide automobili, piuttosto che i neri, ciondoloni, curiosi di tutto, ogni momento fermi in crocchio a chiacchierar fra loro. Verso le cinque del pomeriggio i negozi e gli uffici si chiudono, funzionari e impiegati e commessi e dattilografe si affrettano alla loro casa fra il verde, ai tennis, alle piscine, o corrono a chiudersi nei cinematografi; il centro cittadino resta dominio incontrastato dei negri, e più i giorni festivi, che per le strade vuote di traffico e sotto i portici non ci sono che loro, vestiti degli abiti migliori, vanno su e giù non si sa perché, stanno quelli d'ora a guardarsi le vetrine dei negozi. Separazione spietata certo, agli occhi dello straniero appare inconciliabile la rigida politica dell'apartheid, della separazione spietata e inesorabile fra le due razze, e questa convivenza dei negri ai bianchi nei quartieri di questi, nelle case, nella vita più intima. Già scrivevamo l'anno scorso dell'America, degli Stati del sud, Virginia, Georgia, Tennessee, Carolina, notavo la contraddizione fra quella discriminazione fra negri e bianchi che la politica locale mantiene che la costituzione americana sanciva parità di diritti per tutti i cittadini di qualsiasi razza e colore, e il fatto che quegli schizzinosi bianchi del Sud si fanno servire a tavola dai negri, mangiano cibi manipolati dai negri, si fanno rifare il letto e lavar la biancheria dai negri, affidano i loro candidi rampolli al vasto materno petto di una nutrice nera che se li coccola se li stringe se li sbaciucchia .Qui nell'Unione dell'Africa del Sud i negri non sono parificati agli altri cittadini, anzi in un certo senso non sono nemmeno considerati cittadini, in pratica della separazione giunge a carichi estremi, ed è altrettanto severa verso i negri che verso i bianchi; in America se un bianco vuol sedersi in treno accanto a un negro, o mangiare con lui in luogo pubblico, o manifestargli stima e affetto, è affar suo, nessuno glielo vieta, qui no, gli è proibito, un italiano che l'anno scorso fu sorpreso due volte in atteggiamento amoroso con una negra, la prima volta lo rimproverarono, la seconda l'espulsero dall'Unione. Se un negro si prende una coltellata davanti ad un ospedale riservato ai bianchi può morire svenato, ma non l'accoglieranno mai là dentro per la prima urgente fasciatura della ferita; e d'altro canto, mi ha raccontato quel funzionario che mi ha portato in giro per le locazioni, che una ragazza bianca, proprio sua figlia, che s'era fatta male in automobile attraversando uno di quei quartieri, non poté farsi curare in quell'ospedale, rigorosamente riservato ai soli natives, ai soli negri. E tuttavia anche qui c'è quella strana promiscuità nella cucina, nell'ufficio, nella camera dei bambini. Il boy ubriaco avviene poi che dove i negri si rendono conto di essere indispensabili diventano intolleranti di ordini, e pigri, e svegliati; e quelli che hanno qualche virtù in più degli altri, o maggiore cultura, si vantano di discendere da un principe zulu, si fanno cascare dall'alto e si rendono preziosi. (Ho l'impressione che i principi zulu qui siano come da noi le principesse russe dopo la prima guerra mondiale; in tutte le famiglie che mi hanno ospitato in questi giorni la padrona di casa mi ha confidato che il negro che serviva in tavola, infagottato da capo a piedi in un vestito bianco, pantaloni e giacchetta, e cravatta nera e guanti bianchi — e noi bianchi, dato il tempo estivo, eravamo magari sbracciati e scamiciati — era un principe zulu). E così l'altro giorno una signora europea, orgogliosissima del suo boy, un principe zulu, naturalmente (tutti sono boys, i negri che servono nelle case dei bianchi, anche se siano già brizzolati) fu svegliata alle quattro di notte dal telefono, ed era la polizia. «Signora, il suo boy l'abbiamo arrestato per ubriachezza molesta e ripugnante, se lo venga a prendere se lo venga a prendere, paghi una multa di venti scellini e glielo liberiamo subito». E la signora si alzò e si vestì, non sopportava l'idea di doversi preparare da sola la colazione in mattina dopo, si mise nell'automobile, andò al posto di polizia, pagò una lira sterlina di ammenda e si portò il suo boy a casa; che declamava ad alta voce contro il governo, e il presidente Malan, e i bloody Afrikaner, quelle carogne di boeri che dopo aver portato qui ai negri la loro terra adesso vogliono anche impedirgli di bere, e gli negano il sacrosanto diritto del voto; tanto che la signora temette ad un certo momento che glielo rimettessero in prigione, e lei anche, per complicità. «Ma si vede proprio che è un principe il mio boy — mi vantava poi la signora, — tre ore dopo serviva con perfettissimo stile e in dignitosissimo silenzio una perfetta colazione».
Paolo Monelli


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