
(Dal nostro inviato speciale)
Città del Capo, febbraio.
Il giornalista che si rispetti ha un solo timore, narrando delle cose vedute e facendo partecipe il lettore delle sue nuove esperienze; di ripetere cose già dette da tanti altri, anche se le apprende in quel momento; di esprimere sensazioni ovvie, anche se per lui siano nuove e strane; di scoprire cose che altri ha già scoperto, magari in altre parti del mondo. Mi è successo per esempio i primi tempi che facevo questo mestiere di andare a Madrid prima di aver mai veduto Napoli; e di descrivere come particolarità della capitale spagnola le finestre delle alte case ciascuna con il suo balconcino, stretto ed esiguo; che è invece una trovata dei napoletani, e presa ai napoletani dagli spagnoli. Naturalmente il giornalista non può aspettare di aver dato volta a tutto il mondo prima di impratichirsi a raccontare; può proporsi tuttavia alcuni principi per tenersi lontano da quei rischi. In seguito a tali principi giurai a me stesso, partendo per la Grecia, di non descrivere il Partenone; e per la Norvegia, il sole di mezzanotte; e per la Spagna, la corrida. Poi, ahimè, sgarrai, presuntuosamente pensando che nessuno avesse mai veduto e interpretato quei luoghi e quei fatti come me; descrissi il Partenone, e il sole di mezzanotte, e una corrida; e per questo fui espulso dalla Spagna, l’anno 1942, imperante Serrano Suñer. Questo preambolo per scusarmi se adesso vi descriverò gli Antipodi, nonostante mi sia detto finora che gli Antipodi sono esperienza di milioni di italiani, se non altro di tutti quelli che sono stati in Argentina e in Brasile, e sono divertente materia di studio nelle scuole, e anche gli scolaretti più svogliati sanno che quaggiù le stagioni vanno all’incontrario (e vi dirò subito che non è vero, almeno nell’Africa del Sud) e la luna piena ha un’altra faccia. Degli Antipodi d’America non dirò nulla, ne ho poca esperienza; dirò di questi, e se alla fine mi direte che i contrasti non divertono tanto voi lettori come io che scrivo sto con la faccia in giù rispetto a voi che sta in Europa, ci passano tante vicende storiche che hanno trapiantato qui i discendenti di popoli boeri che già in Europa ci paiono molto diversi da noi, ammetterò che avete ragione voi. Ma non mancano le stranezze climatiche e geologiche. Baciando una ragazza Dunque adesso qui è estate, il colmo dell’estate, quello che è l’agosto da noi. E per di più Capetown è ad una latitudine corrispondente a quella di Beirut in Siria, di Rabat in Marocco; e Johannesburg dista dall’Equatore più o meno come Luxor. Ma ho visto raramente a Milano d’inverno un nebbione come quello che ha avviluppato tutta ieri questa costa atlantica; umido, triste, scuro, freddo. Gli è che l’estate qui è la stagione delle piogge e dei venti che portano un freddo cane; ma l’autunno e l’inverno, da aprile a ottobre, non c’è una nuvola, non cade una goccia d’acqua o di rugiada, il sole brilla nel più terso dei cieli, la campagna diventa gialla e arida come da noi nel colmo della canicola, l’aria è così secca che diventa un’eccellente conduttrice d’elettricità; per cui se girate la maniglia dell’automobile prendete la scossa, e lo stesso se mettete dentro la chiavetta della messa in marcia; per cui alcuni automobilisti fanno pendere dietro la macchina una catena per scaricare in terra tutta quella corrente. A pettinarsi, son scintille; a graffiarsi, son scintille; mi hanno detto che, baciando una ragazza, non è raro il caso che schizzi una scintilla dalla bocca o dal naso. Altri esempi. I fiumi, bellissimi, non hanno odore. Il fiume Orange, il più grande della regione, ha sempre meno acqua a mano a mano che si avvicina al mare; largo e profondo per quasi tutto il suo corso, diventa guadabile a cinquanta miglia dalla foce. Ci sono elefanti rossi e rinoceronti bianchi; e sono rarissimi gli uni e gli altri. Gli elefanti rossi sono elefanti neri che amano imbellettarsi rotolandosi in certi stagni di fango di color rosso, come è spesso la terra qui; e il fango gli si secca addosso, tenace, come una crème de beauté. I rinoceronti bianchi sono rinoceronti neri che si sono imbellettati nel polverone, e vanno in giro incipriati nel maccheron verde come abatini del Settecento. Passo alle stranezze umane e sociali. Gli abitanti originari della regione, gli uomini della macchia, o Boscimani — ma li chiamano i nostri studiosi di antropologia riducendo nel nostro idioma la parola inglese bushmen secondo la nota formula S’il Vous plaît = Silvia Pellico — erano piccoli, gialli, con natiche enormi e sporgenti (naturali depositi di grasso per i tempi di carestia), ignudi, primitivi, ed hanno riempito per secoli le pareti delle grotte di pitture vivaci, estrose, che stanno fra uno spiritoso realismo e un magico impressionismo. (Da alcuni anni gli ultimi artisti sono morti, di tutta la razza sopravvivono poche centinaia di individui che la malaria e le leggi che vietano loro la caccia condannano a vicina estinzione). I bianchi che ne hanno preso il posto sono alti, senza natiche, poco meno gialli di pelle, ma non sanno dipingere per nulla, almeno a giudicare dalle opere esposte alla Galleria Nazionale d’arte moderna di questa città. Le mutande si può dire che non le porta nessuno. I bambini figli di italiani che siano ospitati da una famiglia del luogo suscitano presso i coetanei indigeni le più allegre meraviglie per quel loro indumento. Il carnevale è festa mobile, secondo le città e la gente. A Pretoria è in ottobre, quando i venticinquemila alberi di giacaranda (che è una specie di mimosa portata qui dal Brasile), fra i quali la città si cela, scoppian tutti fuori in una sontuosa fioritura di campanule violette e porporine. A Città del Capo è a Capodanno, ed è festa dei meticci, che son più numerosi dei bianchi, e vanno in giro danzando e sonando strumenti, travestiti e mascherati. Le vacanze i deputati le prendono d’inverno, e la Camera sta aperta l’estate. La sessione parlamentare si inizia a Città del Capo a mezzo gennaio, come mezzo luglio da noi; treni speciali, detti dai cittadini Zoo trains, portano giù da Pretoria i ministri, i direttori generali, i segretari, le dattilografe. La vita sociale e mondana, al Capo, coincide con questa sessione, che porta giù anche il corpo diplomatico, i magnati della finanza, i ricchi agricoltori. Non è che si divertano molto, questi Antipodi. Dalla coincidenza dello spirito puritano e selvatico dei vecchi boeri (i quali non volevano altra lettura che la Bibbia, non altra società che quella della propria famiglia; quando nelle soste della loro avanzata verso il settentrione si costituivano una casa, segnavano intorno un vasto spazio di terra che chiamavano loro proprietà, e neppure vi vedevano i vicini; la regola era che dalla propria casa non si doveva vedere il fumo della casa del vicino) con lo spirito puritano e chiuso della propria casta degli inglesi, è nata un modo di vita più contemplativo che attivo, più monotono che vario. In una descrizione di Città del Capo nel secolo scorso leggo: «La vita scorreva uguale e monotona. Uomini e donne si alzavano presto, e il pasto principale della giornata si faceva a mezzogiorno. La cena era fra le sette e le otto di sera. Le visite si facevano generalmente la sera, e raramente si prolungavano dopo le nove. Era uso fare una siesta dopo il pasto del mezzodì». Beh, son passati due secoli e mezzo, e le cose sono forse peggiorate. Anche oggi uomini e donne si alzan presto, sì, ma di sonno. Negli alberghi servono la cena dalle sei e mezzo alle otto e mezzo, e dopo non vi danno più niente; anzi nelle città minori, siano anche luogo di villeggiatura o di week-end, il ristorante chiude alle otto; città e borghi che sono spesso a settanta, cento miglia dall’abitato più vicino, e bisogna prender bene in misura per non arrivarci con un lieve ritardo sul tramonto del sole; se no per sfamarsi non c’è altro mezzo che un bar, desolato buco ove si trovano tutt’al più biscotti e gallette. Vietato alle donne Non si fa più il sonnellino pomeridiano; le poche signore che copiano le usanze europee e giocano al pomeriggio bridge o canasta seggon ai tavolini alle tre e mezzo, un certo numero d’ore si prolungano mai dopo le dieci e mezzo. Tornate a quell’ora all’albergo, e il bar è chiuso e il cameriere è scomparso e se avete sete non c’è che la cannella del bagno. A proposito dei bere. Prima di tutto è vietato alle donne, per legge dello Stato, entrare in un bar. Non s’intendono soltanto i bar dei sobborghi, dove uomini rozzi vanno per ubbriacarsi o per discutere di politica; ma anche, per esempio, i bar degli alberghi di lusso, o dei circoli privati. I baristi italiani ai quali, più che escogitare ricette di nuove misture, piace servire belle e raffinate dame, qui si sparerebbero. Poi, al ristorante, il cameriere che prende gli ordini per il pasto non si occupa delle bevande. Per le bevande c’è un cameriere apposta, che deve appartenere ad una confraternita di astemi, anzi di predicatori contro il vino — come fu ai suoi giovani anni il presidente Malan — tanto è il dispetto con cui ascolta i vostri desideri e la lentezza con la quale li soddisfa. E non vi fa credito nemmeno per un sorsetto appena portato la bottiglia o il boccale di birra vuol essere pagato subito, su due piedi. Se un quarto d’ora dopo ordinate un’altra bottiglia, un altro boccale, è la stessa storia. Gli dite: faremo tutt’un conto alla fine. Sorride, dice che sarebbe una bella idea, ma non tocca a lui cambiare le usanze; e non vi si muove dal fianco finché non avete pagato. Un esercizio spirituale Sembra che i direttori di questi luoghi intendano che il soggiorno presso di loro debba essere un esercizio spirituale. La mattina all’albergo vi svegliano per forza portandovi in camera all’alba un tè o un caffè, anche se non lo volete. Avete solo la libertà di scegliere fra l’uno e l’altro. (Il caffè si chiama qui in inglese coffee e in afrikaans koffie, le due parole pronunziate con l’accento sulla prima sillaba; data la nota regola che il caffè è buono solo nei Paesi in cui la parola che lo indica ha l’accento sull’ultima sillaba, e cattivo in tutti gli altri — unica eccezione, confermante la regola, il cafè in Francia — se ne deduce rettamente che il caffè nell’Africa del Sud è proprio cattivo). Se chiudete l’uscio a chiave, non serve; bussano finché non siete andati ad aprire, timorosi che l’albergo vada a fuoco. In certi alberghi del resto non ci si può nemmeno serrar dentro, perché non c’è ombra di chiave o di chiavistello; e ne profittano sconosciuti individui che penetrano in camera nel cuore della notte, accendono la luce, chiedono qualche cosa a voce alta e scompaiono lasciando la luce accesa. Se si accettano questi inconvenienti, può esser grato il soggiorno in certi alberghi sull’oceano o nelle città maggiori, bene accoglienti, circondati da vasti parchi silenziosi; asilo di vecchi miliardari stanchi di far quattrini con i diamanti o gli armenti, di amareggiati uomini politici, di pensionati del servizio civile britannico in Rhodesia, in India, in Malesia. E dame centenarie e decrepiti baronetti lasciano la loro isola nebbiosa e traversano Europa ed Africa senza guardarsi attorno, in piroscafo, in treno, in aereo, in portantina, per venire a dar fondo nelle poltrone di questo albergo Mount Nelson da cui non si muovono più, sollevando ogni tanto gli occhi dal Times o dal ricamo per riposare le fruste pupille traverso le ampie vetrate sull’umido prato verdissimo e i fiori delle aiole e le doviziose palme del viale gron danti di pioggia. (Le palme del Mount Nelson, celebrate in tutta l’Africa del Sud, le piantò anni fa un giardiniere genovese, contro il parere dei locali professori di botanica che dicevano che qui la palma mediterranea non alligna; e contro il parere dei medesimi il tenace genovese introdusse poi qui, con eccellenti risultati, la coltura dell’ulivo). Qualche mattina i camerieri spolverando trovano morto in una poltrona uno di quei baronetti, una di quelle dame centenarie; e fanno scomparire la salma senza dar nell’occhio.
Paolo Monelli