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Questo giuramento mi ucciderà - In Sud Africa con Doyle




(Dal nostro inviato speciale)

Nairobi, marzo.

Ho visto come si presta il giuramento — disse il kikuju. Adesso dovrei presentarvi il kikuju che ha detto questo, dirvi per esempio come me l'abbia fatto conoscere il bianco che lo ha come bracciante nella fattoria, o che ci siamo incontrati di soppiatto nella notte. Descrivervi il luogo dell’incontro; un angolo della foresta primitiva, o meglio quel villaggio abbandonato che ho visto ai piedi dei monti Aberdare; forse il capovillaggio era stato minacciato dai Mao Mao, forse temette che i Mao Mao sarebbero venuti una notte ad imporre il giuramento a lui ed ai suoi, il fatto sta che un bel giorno se ne andarono via tutti. L'esodo è di pochi mesi fa, e già è arduo riconoscere il luogo ove sorgevano le capanne; rapidamente il rovo si allarga, la foresta riconquista la radura, a fatica si scorgono qua e là le pietre annerite dei focolari, qualche pezzo di legno lavorato. E' rimasta in piedi solo un’ala di un'aula circolare, sottili brandelli di parete fatti di paglia fango e sterco impastati insieme. Ma noi giornalisti non abbiamo maggiori probabilità a fare incontri di questo genere di quanto ne abbiano quelli che abitano qui; nessun bianco, se non qualche missionario, qualche apostata che va a trovar di nascosto una donna kikuju, credo abbia avuto mai le confidenze di un capo Mao Mao, o anche di un semplice kikuju che con i Mao Mao abbia a che fare. E se confidenze ci siano state, è impossibile sapere quanto abbiano di vero o di verosimile. I negri, nei rapporti fra loro, saranno sì sinceri, leali, veritieri fino allo scrupolo; ma verso i bianchi la reticenza, la menzogna, la deformazione della realtà sono la loro prima difesa. Dunque, nessun kikuju mi ha raccontato come si presta un giuramento. Il kikuju citato all'inizio dell'articolo lo ha raccontato ad un magistrato bianco, davanti a cui è comparso accusato di qualche cosa; e per difendersi, e farsi favorevole il giudice, si è indotto a descrivere quello che ha visto; avvolgendo il suo dire con mille digressioni ed ambagi, secondo l’uso di questa gente, contraddicendosi, rinnegandosi; ma alla fine una narrazione è venuta fuori che ha tutta l’aria di corrispondere al vero; tanto più che essa concorda con altre dichiarazioni, di altri accusati davanti ad altri giudici.
Sangue e carne cruda
Disse prima di tutto il kikuju che egli non aveva partecipato alla cerimonia, ma l'aveva veduta spiando da un buco nella parete della capanna destinata al rito. Nella capanna era stato costruito una specie di altare, un rozzo arco di legno composto di sette formicellì. Sotto l'arco c'era un pezzo di corteccia; e nel fondo della corteccia era stato versato sangue d'animale; e di qua e di là della pozza di sangue c'era un occhio impalato sopra uno spino. «Un occhio di pecora», aggiunse il negro dopo una pausa; forse gli piacque immaginare che il giudice bianco avesse potuto credere per un attimo che si trattasse di un occhio umano. Sul pavimento c'era una ciotola contenente carne cruda, il cuore i visceri e la testa di una pecora. L'altare era isolato da un anello di erba fresca. Fuori dall'anello d'erba sedevano in circolo una sessantina di persone. Chi doveva prestare il giuramento era chiamato fuori, e prima di tutto doveva strisciare sotto l'arco per sette volte. Un uomo alto, vestito di una tunica e d'un paio di pantaloni kaki, corti, come li portano i soldati europei, era l'officiante. Aveva una pistola in mano; nella penombra della capanna il suo viso spiccava, fortemente illuminato da una lanterna tenuta alta in mano da una vecchia. Uscito per la settima volta da sotto l'arco, l'iniziato gli veniva dinanzi in atteggiamento umile. L'officiante gli sussurrava qualcosa all'orecchio; le formule del giuramento a cui i circostanti rispondevano in coro. La parola Mao Mao ricorreva come un ritornello insistente. Poi il capo immergeva un bastoncino nella pozza di sangue e lo faceva sgocciolare sulle labbra dell'iniziato. Quando tutti ebbero giurato l’ultimo alzò ai figli un taglio con un rasoio nel pollice, e dette a succhiarne il sangue a tutti i convenuti, l'uno dopo l'altro. Poi tutti si nutrirono di quei brandelli di carne cruda della ciotola. Infine il capo immerse di nuovo quel bastoncello nel sangue e tracciò una croce sulla fronte di ognuno. Ho letto altri rapporti di questo genere; e come ho detto tutti più o meno si rassomigliano. Succede talvolta che la persona chiamata a prestare giuramento protesti di esser stata portata al rito con inganno, recalcitri; allora uno dei presenti gli tempesta il viso di pugni, lo stende a terra con un calcio nello stomaco; dopo di che l'officiante si china sull'abbattuto e gli chiede: «giurerai adesso?» e il disgraziato risponde di sì, che giurerà, non vuole essere ucciso. Descrizioni di cerimonie più recenti hanno abbondanza di particolari più nauseabondi e bestiali, i più non si possono ripetere; uno dei più miti è questo, chi giura deve pronunziando la formula ficcare sette spine negli occhi di una capra viva. Anche le formule misteriose sono state rivelate da taluno, e son tutte più o meno simili: «Se sono chiamato nella notte e mi rifiuto di venire il giuramento mi ucciderà. Se rivelo i segreti delle fratellanze il giuramento mi ucciderà. Se mi chiudono la testa di un bianco e non la porto, il giuramento mi ucciderà. Se non affermo che tutta la terra dai lago Vittoria al mare, fu sempre, dalla preistoria dei kikuju, questo giuramento mi ucciderà». A parte la possibilità delle altre formule, quest'ultima è quella che fa più presa sull'anima dei kikuju, è l'elemento più importante della propaganda dei Mao Mao. L'argomento delle «terre perdute» risale a più di trent'anni fa, quando Harry Thuku fondò la Kikuju Central Association, che si proponeva di recuperare in un modo o nell'altro la terra «rubata dai bianchi alla tribù». Il signor Harry Thuku, arrestato agli inizi del movimento dopo qualche subbuglio, e poi rimesso in libertà dopo un esilio di quindici anni nel deserto del Nord, oggi è un ricco proprietario, ha una bella casa, una moglie vestita all'europea, una lussuosa automobile, come appare dalle fotografie pubblicate da una rivista; rinnega il movimento dei Mao Mao, sostiene che la violenza è da condannare, e bisogna affermare i propri diritti trattando con il Governo e con i metodi costituzionali. (Nessuno già di noi lo dice; ma dicono che abbia comperato in qualche modo l'immunità dai Mao Mao, e ad ogni buon conto abbia prestato il giuramento anche lui). La sua dottrina passò ad agitatori più frettolosi ed arditi, e infine a Jomo Kenyatta che la diffuse a tutta la tribù; e ha portato alla costituzione di una chiesa indipendente che si rifà alla Bibbia, ma predica insieme il rispetto alla tradizione e alla conservazione degli antichi costumi. La traduzione in kikuju della Bibbia definisce la circoncisione con la parola «Kuruà»; ed in kikuju indica tanto l'operazione sui maschi come quella sulle femmine, e così equivocando i sacerdoti della chiesa indipendente definiscono la circoncisione una citazione di San Paolo. E' inutile ricordare che nella Bibbia non vi è alcun divieto della poligamia; inoltre quei sacerdoti hanno trovato che molte delle antiche cerimonie della tribù, definite pagane dai missionari, differiscono ben poco da quelle del popolo ebreo.
Superstizioni terribili
Il signor Leakey, un inglese figlio di missionari, che ha vissuto fin dall'infanzia in mezzo ai kikuju, e dirige oggi un museo etnografico a Nairobi, spiega il motivo per il quale il giuramento mao mao è considerato valido e impegnativo da chi l'ha prestato, anche se l'abbia prestato contro voglia, o soltanto per paura del peggio. I kikuju, dice il signor Leakey, sono molto religiosi, ma soprattutto agitati da terrori e superstizioni terribili, per una lunga tradizione di credenze crudeli e di tabù. Il kikuju crede che il giuramento sia ascoltato dalle potenze soprannaturali che puniscono con la morte, senza eccezione alcuna, chi lo viola o chi lo presta con riserva mentale. La punizione è immancabile anche se nessun mortale sia a cognizione della violazione; ecco perché la formula termina con quelle paurose parole: «Questo giuramento mi ucciderà». Poiché è opinione comune che il novanta per cento dei kikuju, volenti o nolenti, intimoriti o storditi dai pugni, il giuramento dei Mao Mao l'hanno prestato, si vede come valgono poco le distinzioni fra i ribelli armati nel cuore della foresta, e i pacifici kikuju nella riserva e nelle fattorie dei bianchi, e quegli stessi che si sono arruolati nella polizia, finché i capi rimangano attivi, e per un generale ucciso o catturato altri siano promossi, e dalle liste di chi ha giurato sia sempre possibile cercare gente a colmare le perdite. Ho già notato che questo argomento mi pare sia stato trascurato finora da chi parla e scrive della questione, che questo stato di guerra, come ormai gli inglesi lo definiscono, fra i Mao Mao e il governo della colonia, questa ribellione di servi negri ai padroni bianchi, come la intendono i colonnelli a riposo che son venuti a finire i loro giorni sulla terra... presenta fino ad oggi questo strano bilancio, da un lato settemila uccisi fra kikuju e Mao Mao, dall’altro non più di una cinquantina di bianchi, di cui ventitré soltanto ammazzati deliberatamente, gli altri caduti negli scontri con i ribelli o morti per incidenti vari.Preparazione nel segreto Quei ventitré bianchi uccisi, fra cui la disgraziata famiglia dell'italiano Maloncelli, un povero diavolo in fondo, un’artiere al servizio di un indiano, non certo membro della casta dei proprietari (o, se volete, dei «ladri di terra»), e quell'altro italiano di Nanyuki, il Beccaloni, che si era fatto comuni a recentemente un po' di terra ai piedi del monte Kenia, ma ero comproprietario di una rimessa, e litigava sempre con il suo socio inglese perché pagasse meglio gli operai negri (e deve la sua morte sembra certo, soltanto a quella sua vanteria, di portar sempre con sé nella sua macchina un fucile mitragliatore; per questo l'hanno ucciso i Mao Mao, per brama d’armi; ma avvenne poi che il giorno che l'ammazzarono il fucile mitragliatore l'aveva lasciato a casa), quei ventitré uccisi appaiono quasi tutti vittime di un delitto ordinario e corrente, aggressione a scopo di rapina, uno di quei delitti comuni a tutti i paesi del mondo, per cui non è necessario presupporre l'esistenza di una ribellione o di uno stato di guerra, piuttosto che caduti in conseguenza di veri e propri atti rivoluzionari. Passano invece il migliaio i kikuju uccisi dai Mao Mao; o perché fossero al servizio armato dei bianchi, o perché si siano ribellati al giuramento. Nonostante la mobilitazione di battaglioni di bianchi con tutti i servizi di guerra, carri armati, artiglieria, aviazione da bombardamento, questa agitazione, piuttosto che di una lotta fra bianchi e neri, ha l'aspetto di una guerra civile: fra i Mao Mao veri e propri e quei membri della tribù che vorrebbero vivere in pace, lavorare la terra chi ce l'ha, ottenere maggiori mercedi quelli che lavorano nelle fattorie e nelle imprese dei bianchi; e che si oppongono ancora, ma sempre più debolmente a mio giudizio, alle imposizioni di quei capi e agli obblighi derivanti dal giuramento imposto. Ho l'impressione che i capi Mao Mao non abbiano ancora incominciato la loro guerra contro i bianchi; che intendano prima portare a fine la preparazione iniziata nel segreto non si sa quanti anni fa, e assicurarsi l'appoggio della maggior parte degli uomini della tribù, dei giovani specialmente, tenendo gli altri in rispetto con le minacce e il terrore; che vogliano prima completare le provviste di armi e di munizioni (e al bisogno di armi si debbono soprattutto le operazioni bellicose che compiono uscendo dal riparo della foresta), che vogliano anche assicurarsi, se non la collaborazione delle altre tribù, un loro atteggiamento neutrale nella lotta. Solo quando riterranno di aver raggiunto questi scopi scenderanno in lotta aperta contro i bianchi. Se questa mia ipotesi corrisponde al vero, il peggio ha ancora da venire; a meno che le truppe del governo non riescano prima con una azione offensiva, della quale non si vedono finora che incerti indizi, a impadronirsi dei veri capi del movimento, e a sbaragliare, catturare, metter fuori lotta il più gran numero di quei giovani guerrieri. E se davvero il peggio ha ancora da venire, quei temerari coloni che vi ho descritto nelle loro isolate fattorie intorno al Kenia, ai piedi degli Aberdare, intorno al lago di Naivasha, si accorgeranno di aver finora soltanto giocato con il rischio, con quel loro atteggiamento fra il confidente e lo spavaldo, fidandosi di un chiavistello alla porta, di una o due pistole a portata di mano, di un segnale di allarme sul tetto.

Paolo Monelli

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