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Viaggio nell'Africa del Sud - In Sud Africa con Doyle




(Dal nostro inviato speciale)

Johannesburg, febbraio.

Johannesburg, appena l’ho vista, mi ha fatto ricordare Bologna. Non è così antica, è vero; è ancor lontana dal compiere un secolo di vita, è nata l’anno 1886, quando si scoprirono i filoni d’oro in questa landa. Sorse come sorgono le città di questo genere, da un disordinato ammucchiarsi di tende, di carri, di baracche, frettolose abitazioni e bar e fucine di avventurieri speculatori e poveri diavoli accorsi al primo grido, minatori dalla California e dal Colorado, dove a Kimberley ove s’erano fatti milionari con i diamanti, intermediari e venditori ambulanti e spacciatori di bevande e di droghe, negri buntu di ogni tribù, disposti a scavarsi nudi in fondo alle prime gallerie in cambio di pochi soldi di acquante e di tabacco di canapa dagga, più inebriante dello hascisc. Nelle miniere prime scoperte si lavora ancora, ormai a duemila, tremila metri di profondità e la città gli si è allargata intorno; fra gli edifici nuovi all’americana e i giardini delle ville dei ricchi fanno uno spicco i montacarichi di terra gialla e bruna formati con lo scavo delle gallerie, aridi, nudi, il primo paragone che viene in mente è quello di tanti grossi bernoccoli che vengon fuori da una testa rasata. Il più di quei montacarichi sono di un bel colore d’oro e la cosa appare naturale, anche se poi v’insegnano che di quel colore l’oro non ci ha colpa, la più minuscola pagliuzza d’oro è stata lavata via dal fango, quel giallo è il risultato del trattamento delle roccie triturate con il cianuro di potassio. E nemmeno è città nottambula come Bologna; si va a mangiare alle 7 del pomeriggio, alle 10.30 tutti scompaiono dalle strade, dagli atrii degli alberghi, dai bar, da quei malinconici luoghi che si chiamano milk bars ove ragazze vestite da infermiere servono ai clienti con la faccia da suicidi latte e sciroppi e gazose (soft drinks, le chiamano, bevande molli, e son fatte davvero per rammollire); l’ultimo spettacolo al cinematografo finisce a quell’ora e tutti filano a casa, se squilla il telefono dopo le 11 si va trepidanti all’apparecchio, non può essere che il vicino che ha i ladri in casa o gli stanno sparando contro le finestre del giardino. E nemmeno le spetta il titolo di città dotta, a partcolarmente (sic) istruita nel diritto, per ragioni che vi racconterò un’altra volta. E nemmeno è città buongustaia, vi si mangia male come in tutti i Paesi anglosassoni e peggio né la cucina boera è migliore, cucina di puritani e contadini boeri e di cacciatori di fiere che si cibavano di zebre e di babbuini. Insoddisfatta nostalgia. Un ghiottone di qui, il signor Ralph Boffard che parla alla radio e deve alla sua origine francese, ugonotta, una insoddisfatta nostalgia per l’arte culinaria, poco lusingato di esser celebrato come leading city gourmet, il capo dei buongustai cittadini, ha dichiarato a un giornale che la cucina dell’Africa del Sud è insipida e senza fantasia, una imaginativa, lacks taste. Fanno eccezione alcuni ristoranti di italiani naturalmente, con cuochi bolognesi o lombardi che conservano più o meno recenti ricordi delle ricette di casa loro. Al ristorante dell’albergo Carlton — il più raffinato della città, questo albergo, una di quelle oasi italiane che riscontriamo in ogni cantone del mondo, per remoto che sia, e sempre con nuova meraviglia; se v’entra uno che sappia parlare soltanto, non dico l’italiano, ma il bergamasco o il piemontese, si trova come in famiglia e non ha bisogno d’interprete — a questo ristorante vi chiedono, per esempio se volete una piccata, anzi una piccatina. E rispondete dubitosi di sì, ed ecco sul tavolino accanto vedere arrivare le fettine di carne cruda e un fornello, e il cameriere, parlando milanese di Porta Tosa, vi cuoce la piccata sotto gli occhi, ci mette il prezzemolo, il limone, il pepe, il sale, l’arte e intanto vi parla di sé e del maestro di casa che fu paracadutista della «Folgore» in Marmarica e siccome parlava inglese si metteva ogni tanto l’uniforme inglese e andava a spiare segreti militari nei campi degli avversari. Vi parlerò un’altra volta dell’emigrazione italiana nel Sud Africa, un’emigrazione aristocratica e intelligente e fortunata, oggi mi tengo agli asti; al «Pappagallo» c’è un veneto ch’era alpino del battaglione «Val Cismon» (razza, il mio battaglione, abbiate pazienza!), nel quartiere più raffinato della città vi fa i tortellini e una cotoletta alla milanese insuperabile; e se andate da Sabaudi, un pavese che si è associato con un piacentino, lo sentirete proclamare ad alta voce: «In tutta l’Africa del Sud non c’è un posto ove si mangi come da me, me lo vengono a dire i russi grossi ed i buongustai e quelli che fanno tempesta e buon tempo in borsa; vede il signor Oppenheimer, quello con i baffetti... il figlio del re dei diamanti, e vede là il Presidente della — e qui un lunghissimo nome che finisce in Corporation — e vede là quei quattro preti che hanno studiato a Roma e di cucina se ne intendono e son la prova più bella di quello che le dico!». Nessuno passeggia. Ma insomma, eccezioni a parte, Johannesburg e Bologna anche nel campo della buona tavola sono agli antipodi. E nemmeno geograficamente si somigliano, Johannesburg sta nel mezzo di una landa ondulata che fino a pochi decenni fa era vuota d’alberi e di coltivazione, solo coperta di erba selvatica gialla agli armenti, un altipiano sui mille e ottocento metri che le dà un cielo alpino, un inverno arido e colmo di sole, un’estate temporalesca e piovosa (faccio torto ai lettori rabbrividenti nel feroce inverno se ricordo loro che in questo emisfero ora è estate, e il sole cammina nel cielo da destra verso sinistra, e chi cerca un appartamento soleggiato deve spiegare bene che lo vuole esposto a nord, e la luna all’ultimo quarto sta nel cielo come una bacinella da barbiere o come una barca; e la Croce del Sud ha perduto quella forma di croce che le ho visto all’equatore, ora somiglia piuttosto in una piaga povera di stelle, e insomma è proprio una delusione per le dotte turiste che le cercano la sera dal colle dell’osservatorio).Tuttavia, come ho detto, la prima mattina che sono uscito per Johannesburg ho pensato a Bologna. Pioveva a dirotto, e andavo per le vie senza bagnarmi, perché c’erano i portici. Poi, andando in giro per il Transvaal, ho visto che i portici gli hanno anche Pretoria, e Rustenburg e insomma tutte queste cittadine e borghi di origine boera. Prendono origine dalla veranda, o stop, o loggia sporgente delle casette che i primi coloni si costruirono, ricordandosi delle loro case olandesi; nelle vie cittadine, dove le case sorsero l’una adiacente all’altra, quegli atrii, quelle logge formarono un vero e proprio porticato; e per non interrompere la comodità le case nuove, fatte all’americana, mettono fuori in linea con i portici tettoie o pensiline che sporgono nella stessa misura. Una città con i portici, o diciamo pure tante città con i portici, fanno pensare naturalmente al passeggio. Ma, come in America, nessuno passeggia nelle città dell’Africa del Sud; dirò più esattamente, nessun bianco passeggia, né sotto quei portici e quelle pensiline, né sui vasti marciapiedi dei viali dei sobborghi fatti amabili e grati dalle ombre di grandi alberi, sontuosamente fioriti in certi mesi dell’anno; passeggiano solo i negri, i meticci, gli indiani; i bambini bianchi nel carrozzino, se il carrozzino è affidato, come avviene, ad una nutrice nera. Nome troppo lungo Perché ho dimenticato di parlarvi della caratteristica più evidente di Johannesburg, la quarta capitale dell’Unione dell’Africa del Sud. E qui bisogna che mi spieghi. Le prime tre sono capitali vere e proprie. C’è la capitale politica che è Pretoria, e quella parlamentare, che è Città del Capo; ragione per cui ogni anno quando si apre, come di questi giorni, la sessione parlamentare, il governo, i direttori generali dei ministeri con segretari e scriba e dattilografe e archivisti e dietro a questi le legazioni e le ambasciate, tutti si trasferiscono da Pretoria a Città del Capo; è un far le spole continuo, sei mesi laggiù, sei mesi quassù, comodissimo pretesto per i funzionari, se siano come quelli nostri, per smarrire i documenti e lasciar languire le pratiche. E c’è la capitale giudiziaria che è nello stesso tempo la capitale dello Stato libero di Orange, Bloemfontein (pronunciare Blumfontein, che vuol dire fontana fiorita).Ma Johannesburg è quella che i milanesi direbbero la capitale morale — o immorale, come affermano i puritani che pensano ai suoi tragici slums, come li definisce lo scrittore Alan Paton, sudici quartieri di vizio e di miseria, alle ghenghe di tsotsi, come si chiamano in lingua buntu certi ragazzacci sotto i vent’anni, senza arte né parte, che si danno alla rapina, al furto, alla violenza — ; la metropoli commerciale e industriale dell’Unione, che si espande febbrilmente, vengon su grattacieli come funghi sul luogo delle casette primitive a un solo piano, con il portico o il loggiato di mattoni o di ferro battuto « colorato », quartieri di ville ciascuna con la piscina, il tennis e magari un parco intorno si allargano per miglia e miglia da ogni parte; vista da uno dei suoi punti più alti appare come una Chicago più splendente, come una San Francisco più grigia e più fumosa. Naturalmente i suoi abitanti ne sono orgogliosi, la chiamano the great city, la grande città; si dolgono solo che abbia un nome troppo lungo, quattro sillabe che suonano come cinque al confronto delle due sillabe di cui si contentano le capitali più illustri del mondo. Questa faccenda di avere un nome troppo lungo angustia, chissà perché, anche gli abitanti di altre città dell’Unione, quelli di Pietermaritzburg, per esempio, capitale del Natal, così chiamata in onore di due grandi capi e guerrieri dei boeri, migranti verso il nord, vincitori degli zulù, Piet Retief e Gert Maritz; che ormai è più spesso chiamata Maritzburg, e il povero Piet Retief è fregato per la seconda volta (La prima fu quando si fidò del re negro Dingaan che lo accolse disarmato nel suo kraal e poi lo fece uccidere dai suoi zulù). E quelli di Odendaalsrus, la città dell’Orange che nasce adesso, impetuosamente, intorno ai campi auriferi che vi hanno scoperto in questi ultimi anni, dicono che ci vuol troppo tempo a metter fuori della bocca tutto quel nome, si rammaricano che una città così chiamata non potrà mai diventare grande ed illustre; c’è stata tutta una polemica sui giornali, si propone ora di chiamarla Odendaal, o addirittura Oden.E infine Johannesburg è la più popolosa città negra dell’Africa; e questa è questa la sua caratteristica più evidente di cui parlerò.
Paolo Monelli


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